as you would playing music

“What you do with comics, essentially, is take pieces of experience and freeze them in time.

The moments are inert, lying there on the page in the same way that sheet music lies on the printed page.

In music you breathe life into the composition by playing it.

In comics you make the strip come alive by reading it, by experiencing it beat by beat as you would playing music…”

Daniel Raeburn, Chris Ware (Monographics),

New Haven, Yale University Press, 2004, p. 25

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3 comments

  1. Ciao, leggendo l’esistenza del blog su Comicus, mi permetto un piccolo commento che si rifà al processo che porta alle prime due frase citate, e di come si applichino all’architettura.
    Mi rifarò anche io ad una citazione, che però è di certo inesatta, non sapendo più dove recuperarla esattamente: “la letteratura è la vita senza i suoi tempi morti”.
    Quando narriamo, scegliamo accuratamente gli eventi o quelli che ci sono rimasti impressi, se riportiamo eventi accadutici o nel caso stiamo costruendo una storia quelli che scientemente possono (o dovrebbero se vogliamo fornire indizi) rimanere impressi nel lettore. Quando leggiamo e sospirando ci chiediamo perché le nostre vite non sono così, semplicemente vediamo una versione ridotta e condensata di una vita (più o meno) normale.
    In più il linguaggio visivo ha un altro artifizio che la nostra esperienza difetta: l’inquadratura. Dalla visuale panoramica, di una città ad esempio, fino al dettaglio di labbra (che parlano? che suggeriscono desiderio?), sono un concentrarsi su ciò che è significativo scartando tutto il resto, che noi siamo costretti però a vivere ed esperire.
    E l’architettura? Ovvio, l’esperienza di un palazzo esteticamente bello (unica fruizione possibile, su carta), anche solo quello luminoso e affascinante nella notte, vissuto di giorno, dal basso dei marciapiedi, perde la maggior parte del suo impatto. Eppure è lo stesso edificio, come mai? Ovvio, è stato selezionato solo ciò che colpisce, ne estratto quel “supplemento d’anima” (traggo questa felice espressione dall’introduzione del catalogo Mazzotta “Immagini del fantastico e del meraviglioso prima dei surrealisti”) che colpisce l’osservatore, come il romanzo colpisce il lettore, scremato dalle miserie (a meno che non interessi un romanzo di sole miserie… ). A questo modo si può vedere il palazzo senza la sua corruzione nel tempo, senza il cedimento e la muffa, senza scritte vandaliche o imperfezioni nella muratura, senza la difficoltà di vivere un edificio che ha passaggi troppo stretti, o poco illuminati, o inutilmente tortuosi o privi delle cosidette barriere architettoniche o della mancanza di un contesto adeguato, tra aree verdi assenti o brutture circostanti (a meno che non si voglia fare dell’architettura l’espressione della sua vita nel quotidiano, con le sue difficoltà e difetti… ).

    Quindi arte e narrazione come sintesi del bello e della vita, oppure il naturalismo, che ne segue le improbe vicende…

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    1. Molto d’accordo, effettivamente con quello che dici. Ho una domanda che ho messo da parte da un po’ e che ora mi fai tornare in mente. Tu dici che il bello è così perchè è concentrato, è un eliminazione di ciò che è piatto e monotono e quindi è un ritmo fatto solo di apici. Lo riesco a vedere bene nel romanzo (anche se non in tutti), nell’architettura (da studente sono abituata a mostrare consciamente solo le parti “migliori” dei progetti), ma per quel che riguarda i fumetti non molto.Understanding Comics mi ha insegnato che ha un significato molto forte ciò che non è disegnato, ciò che sta tra le vignette, nello spazio bianco. Tu questo lo percepisci?E se si, secondo te è possibile trasporlo in architettura?La mia domanda è: è possibile dare, in architettura, un significato a ciò che non è mostrato?

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      1. Ti ringrazio per l’apprezzamento ma devo farti notare che nella domanda hai mischiato un po’ le cose. Infatti l’idea iniziale riguardava la “fabula” dell’opera narrativa, per cui la trama che evita “tempi morti” o situzioni banali (ma esistono narrazioni che invece puntano solo a quello, per poter stimolare in maniera più o meno esplicitmaente una riflessione sull’individuo, la società, rapporti familiari, ecc. – altrimenti il racconto sarà “vuoto”). Mentre la cesura (o appunto la closure come la chiama Scott McCloud) è un evento puramente narrativo quindi di intreccio (che riguarda appunto al sequenzialità, e dunque il ritmo, il detto e non detto). Il romanzo ha la minima cesura possibile, lasciando parecchio spazio all’immaignazione del lettore. Il fumetto lascia che sia il lettore a dare una cesura alle singole vignette 8dando un senso al non mostrato), mentre un film, puramente visivo, ha bisogno di cesure minime (solo poche volte nel cinema si è usata la cesura come tecnica. Mi viene in mente la scena de “Il silenzio degli innocenti”, dove si bussa alla porta dell’assassino, e il supposto dello spettatore è sbagliata, o il film sperimentale “Clean, Shaven” ove lo spettatore è tratto in inganno, sì dal regista ma sopratutto da sé stesso che fa quel salto logico che è la cesura tra gli eventi). Certo che questo argomento dovrò riprenderlo quando leggerò il post sulle sequenze, che è fondamentale per la materia.
        Il parallelo tra fumetto e architettura per come l’hai proposto per ora risulta un po’ in bilico, e forse va chiarito. Una cosa è il rapporto tra fumetto e architettura come argomento o inter-relazione: fumetti sull’architettura – o sugli architetti se vogliamo anche – oppure architettura come sfondo o come co-protagonista. I due mezzi si compenetrano, come argomento però. Una cosa è invece è la sostanza, come quando chiedi “esiste la closure nell’architettura”? Ossia architettura COME fumetto (anche se c’è da chiedersi se esiste un fumetto strutturato come un palazzo, a livello di narratologia ovviamente, con un vestibolo introduttivo, una panoramica sui personaggi come hall, citazioni nascoste come sotterranei, tocchi di disegno come tetto ecc.).
        Ma qui si va nel complicato perché il fumetto è una narrazione, per cui una sequenza di eventi (a differenza dell’illustrazione), mentre l’archiettura è un oggetto, quindi un fatto singolo, già compiuto, senza futuro (che è uguale a sé stesso) o passato (dove non esisteva). A meno che non si parli di contesto, o di uso dell’ambiente stesso. Per cui si colloca in una vita reale (una città ad esempio) o in un contesto più vicino (lo stesso palazzo usato a scopo pubblico o a scopo privato – cambia il contesto dell’architettura) o addirittura nella storia, come espressione dello zeitgeist (edifici trionfali per venti specifici, architetti alla moda, una vecchia e ricca villa padronale che perde di senso in un contesto urbano moderno?). Quindi non credo che si possa pensare all’architettura come fumetto, in sé, in quanto priva di sequenzialità (anche se ribadisco devo leggere il post ad hoc); ma forse ampliandone il senso al contesto si può in qualche modo rispondere alla domanda.
        Dunque, innanzi tutto torniamo all’idea di “lettratura come vita senza i tempi morti”. Ecco cosa accade all’architettura quando la consideriamo in sé e quando è invece è contestualizzata: http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/10/foto/se_la_cartolina_ribaltata-83257030/1/

        Nel primo caso abbiamo l’idea, perfetta, romantica oserei dire, che è il nocciolo duro del bello, sia nella narrazione o nell’architettura. Nel secondo caso abbiamo la contestualizzazione, la vita di tutti i giorni, che non solo rende “reali” le cose, trasformando magari così la letteratura in piatta cronaca, ma anche svelando la cesura che lega l’idea di un edifcio con il suo contesto. Quindi esiste ua cesura architettonica, perché siamo noi osservatori ad aver messo ad esempio le piramidi in mezzo al deserto, o aver creduto che le porte di Brandeburgo siano in un magnifico viale di trionfo, dando un senso al non mostrato. Altra possibile cesura è l’uso di un edificio. Cosa ci sarà all’interno? Opere d’arte? Vite rocambolesche, pieni di droga e armi? Uffici dove si consumano grigi e tristi e triti microdrammi, o un edifcio che ha superato la guerra mondiale, l’occupazione, vite normali, riunioni politiche e via discorrendo? E questo ufficio che uno ha progettato cosa ospiterà, mobilio classico o moderno ed essenziale? E questo mobilio che vediamo, a chi apparterrà, ad un medico, un avvocato?(perché un edificio è un luogo di vita e di vite, altrimenti è un’opera estetica a sé stante ma forse inerte, come un ingombrante vaso).
        Altra possibilità di cesura mi torna in mente quando mi colpì molto questo singolo fotogramma, tratto da un film giappo di svariati anni fa (Tokyo Decadence): http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRtGuKMHo1kHOERedirnSjz7LzEBuo7UM-E2y4xmSjUjX09tx2n

        La donnina discinta, in posizione quasi staturia, sembra far parte dell’ambiente, e l’ambiente che vediamo è lo sterminato tappeto della città, in lontananza. A parte il fascino delle luci notturne, che è indiscutibile e potentissimo (e al giorno d’oggi imprescindibile dall’architettura stessa), quello che mi colpì furono le macchine che si vedono sull sfondo. Le persone che viaggiano, magari di notte, stanche, quando vedono questi edifici così belli ed irraggiunbili, cosa pensano? Immaginano che donne discinte praticano seduzioni oltraggiose, con vite oltremodo complicate? Ecco, questo completamento è la cesura, la closure architettonica che ispira la visione di un edificio, riempendoli noi stessi di arredamento o di persone.

        Spero che questo sia almeno una parziale risposta alla domanda!

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