Mas Context:Narrative _Lost in the Line

Graphic Novel di Léopold Lambert

Léopold Lambert lost in the line

La graphic novel Lost in the Line materializza in qualche modo l’allegoria di quello che potrei chiamare il mio manifesto architettonico. La linea costituisce il mezzo utilizzato da ogni architetto come strumento e codice di rappresentazione. Geometricamente parlando, non ha spessore, io che rende difficile immaginarsi qualcuno che si perda in essa. Quando viene disegnata dall’architetto, tuttavia, la linea acquisisce un conseguente spessore quando viene trasposta alla realtà. Infatti, una linea che diventa parete acquisisce non solo un’altezza nella trasposizione di un pezzo di carta per un ambiente tridimensionale ma, soprattutto, comprende nel suo spessore ossimorico, una violenza nei confronti del territorio che divide e del suo corpo che i controlla irrefrenabilmente. L’architettura è dunque intrinsecamente violenta, e qualsiasi tentativo di diffondere questo potere sul corpo è inutile. Forse possiamo, invece, accettare questa violenza e di integrarla nei nostri manifesti. Lost in the Line è quindi un racconto allegorico di tale posizione. Al suo interno, la linea è sia questa figura geometrica tracciata su un pezzo di carta e che divide il deserto in due parti, ma anche una componente frattale e quasi molecolare contenuta all’interno della materia oscura e sinistra della grafite sulla carta. I corpi di questa storia sono puramente presentati alla violenza delle linee che dividono lo spazio intorno a loro. Tuttavia, si appropriano degli interstizi innescati da queste stesse linee per muoversi in tutte le direzioni, costruire nuove forme di abitazioni e, infine, attraversare la linea originale (quella che contiene tutte le altre) che permette di costituire un confine impenetrabile a livello macroscopico.

Questa storia mette in discussione anche il controllo che l’architetto esercita sul suo disegno, e quindi esercita sui corpi che sono sottoposti alla progettazione della versione materializzata che noi comunemente chiamiamo architettura. Il concetto di labirinto è interessante. Infatti, il labirinto, nella sua forma classica bidimensionale costituisce il paradigma assoluto dell’architettura trascendentale che esercitare il controllo sui suoi “sudditi”. Questi ultimi possono perdersi in esso fino a spegnersi sotto la supervisione beffarda dell’architetto demiurgo che osserva questo gioco dall’alto. Tuttavia, la letteratura di Franz Kafka ha inventato una nuova forma di labirinto, in cui l’autore non sfugge la complessità della sua produzione. Ricordiamo qui che oltre ai labirinti burocratici descritti in Il Processo (1925) e Il castello (1926), a quest’ultimo Kafka non sembra aver determinato un ordine dei capitoli, ne per il primo ne per l’ultimo. Lost in the Line introduce così un livello di complessità su cui l’autore della linea non ha alcun controllo. L’ambiguità tra la graphic novel dell’autore e quella della linea qui descritta è utile in quanto rafforza le “linee” di soggettività di cui “gode” tale perdita di controllo. Questa perdita, quando è ben pensata, permette ai corpi di appropriarsi, di conquistare la materia costruita

Il personaggio del funambolo che cammina sulla linea nel rifiuto di essere assoggettato al suo effetto scindente, ha anche qualcosa da fare con questo manifesto allegorico. Naturalmente, questo personaggio non è liberato dalla linea, ma gioca col potere della linea di sovvertire la sua intenzione primaria. Il 9 novembre 1989 berlinesi non hanno si sono espressi con la volontà di azzeramento, abbattimento del muro che li attraversava in entrambe le direzioni, ma piuttosto risalirlo e sedercisi in cima, occupando così questo vasto mondo di sei pollici che circondava la parte Ovest della città. L’esempio del muro è stato proclamato come paradigmatico di architettura politica grazie alla semplicità della sua linea e la sua filiazione in Palestina, Cipro e tra gli Stati Uniti e il Messico. Il potere della loro linea è davvero ottimale, ma sarebbe sbagliato distinguere un’architettura politica da una che non lo è. Tutta l’architettura, e quindi ogni linea tracciata, è un’arma politica se la si è pensata e disegnata come tale o meno. Tentare di uscire da questa affermazione rischia rafforzare l’ideologia dominante.

Le nostre linee non possono pertanto essere innocenti. Portano ciascuna il potere di soggettivizzazione dei corpi. Quello che possiamo fare è cercare far sfuggire il più possibile questa soggettivizzazione da un controllo trascendentale in modo che possa consentire una potenziale appropriazione e di emancipazione, che è la base di ogni atto politico cosciente.

Parte del libro Weaponized Architecture: The Impossibility of Innocence (dpr-barcelona, 2012)

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Il testo originale qui

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