parallelismi – artisticità – poesia & fumetto

Un breve appunto sulla genesi di questo post e ciò che ne consegue.

Mi sono imbattuta in una breve serie di articoli di Daniele Barbieri (si possono trovare sul suo blog) riguardanti i poetry comics, nei quali analizza la relazione tra la poesia e un certo tipo di fumetto. Ho pensato che fosse un argomento troppo affascinante per non riproporlo!

Il mio vuole essere un modo per trasmettere quello che ho capito leggendo i suoi articoli, più che la proposta dei suoi testi paro paro. Consiglierei comunque di darci una letta perchè:

  1. sono realmente interessanti, ben scritti, da un ottimo conoscitore della materia
  2. magari a me è sfuggito qualche succulento dettaglio che capovolge il senso dell’articolo e apre gli occhi ad una visione meravigliosa di questo tema

Successivamente vorrei capire qualcosa del rapporto poesia/architettura per poi approdare al triancolo poesia/fumetto/architettura. Zan Zan!

Ma bando alle ciancie ed entriamo nel vivo della questione!


Generalmente siamo abituati a pensare alla poesia come fosse un sottocampo della prosa, una parte un po’ più aulica della prosa. Questa suddivisione, nel mondo del fumetto però non esiste, già arrivare a considerare il fumetto come una formaa d’arte, un mezzo di comunicazione o una forma letteraria, è stata una conquista, figurarsi quanto ci si metterà per individuare dei sottocampi del fumetto (con tutta che già si distingue la tipologia Graphic Novel!).

Ma esattamente, in cosa si differenziano prosa e poesia?

Innanzi tutto, la poesia è fatta di versi, la prosa no. E’ evidente, chiaro come il sole. Fa eccezione la poesia in prosa, che però se fosse scritta in versi avrebbe comunque gli stessi contenuti. Questo esplicita come in realtà il verso sia un aspetto prettamente formale, un testo può essere poetico a prescindere dai versi.

Riformuliamo.

La poesia differisce dalla prosa per la sua attenzione all’aspetto formale, a come il testo si presenta a prescindere dal significato delle parole usate.

In poesia la parola non solo ha un suo significato all’interno del testo, ma chiede al lettore di soffermarsi sulla parola stessa e/o sulla relazione visiva e sonora con le parole vicine.

Questa forma, attenzione, non si sostituisce alla sostanza ma risulta essere una componente aggiuntiva con un suo diffferente funzionamento.

2 forme semiotiche = 2 sostanze diverse

Queste due forme possono riassumersi cosi:

  1. FORMA LINGUISTICA, dove le parole rimandano convenzionalmente a dei singoli, sono sei simboli
  2. SIGNIFICAZIONE NATURALE, dove il significato è dato dall’esperienza. Ovvero: io riconosco alcune cose perchè posso assimilarle ad altre delle quali ho già fatto esperienza. Un esempio? una città. In una città nuova so distinguere strade, edifici pubblici e privati ecc, non perchè io abbia fatto esperienza di quelle strade, quelle piazze, quegli edifici, ma so assimilarli a quelli che ho esperienziato.

Allo stesso modo, la forma visiva di una poesia è concreta ed esiste.

Come in una città “non è stato costruito principalmente per comunicare qualcosa (anche se fatto di segnali impliciti, oltre a quelli espliciti) ma per essere utilizzato, e quindi questo scopo deve essere comprensibile, rimandando allo spazio di tante altre città preesistenti”.

Un esempio si può ritrovare in Little Nemo in Slumberland (ovviamente).

Little Nemo in Slumberland 22 ottobre 1905

Little Nemo in Slumberland 22 ottobre 1905

In Little Nemo, si può vedere che la costruzione grafica non è solamente la tecnica utilizzata per raccontare la storia. Non solo aiuta a percepire maggiormente lo scorrere del tempo (*), ma anche la struttura delle immagini è evocativa.

Qualche esempio:

  1. la struttura verticale in basso e quella orizzontale in alto, ricordano forme architettoniche, in particolare colonne e architrave, che comunque vengono richiamate anche nel contenuto delle vignette.
  2. la scala delle vignette richiama, anche se invertita, la scala del palazzo del Re.

Ci sono moltissimi richiami visivi indipendenti rispetto alla storia.

c.v.d.

Non tutti i fumetti successivi a Little Nemo (che, ricordo, assieme a Yellow Kid è considerato il padre dei fumetti odierni) contengono questi richiami visivi. Moltissimi (non per questo meno valdi) studiano l’organizzazione visiva in modo funzionale al racconto, “come le parole nella prosa”.

LITTLE NEMO = OTTIMA POESIA

TINTIN = OTTIMA PROSA

Fare poesia a fumetti, è diverso dal disegnare (aggiungere immagini) una poesia (testo poetico), “magari bisogna lavorare più da dentro, pernsare a un ambiente visivo che abbia sens come tale; e che come tale sia già interessante, ancora prima di quello che andrà a comunicare”.

parliamo quindi di una Metrica Visiva ovvero un sistema di rimandi, di una struttura plastica che nell’essere funzionale  al racconto, ha un senso autonomo.

Una differenza forte tra poesia e comics poetry, risiede nell’ara di rispetto relativa alla poesia (e non solo).

Ammetto che in questa parte, mi pare di aver colto poco la forte importanza che sembra avere quest’ultima considerazione.

La Poesia, nonostante venga letta poco, gode di un’aura di sacralità a priori. Per di più essendo scritta attraverso delle parole, delle quali noi stetti facciamo un uso quotidiano (o quanto meno per quel che riguarda la lingua parlata), leghiamo ad essa una componente sia di confronto che di affetto.

Il fumetto usa immagini disegnate, per comunicare: più distanti dal lettore.

Mi spiego.

In generale, si è visto che le immagini comunicano in modo più immediato e raggiungono un pubblico più ampio, ma perdono, inevitabilmente, una parte di vicinanza al lettore, proprio perchè si tratta di un linguaggio che non si sa utilizzare (nel più delle volte) o che comunque non lo si utilizza quotidianamente per comunicare.

Una parentesi storica, su poesia & fumetto, va fatta. Barbieri ci propone un esempio davvero affascinante, William Blake e il suo componimento forse più conosciuto: The Tyger.

William Blake, pagina originale dai Songs of Experience, con The Tyger

William Blake, pagina originale dai Songs of Experience, con The Tyger

N.B. non si vuole affermare che Blake fosse un fumettista, rinfoderate le spade.

E’ però il caso di osservare bene l’immagine della versione originale della poesia, all’interno della pagina, così come era stata pensata.

Parentesi introduttiva: in vita Blake veniva apprezzato come illustratore e incisore ma non come poeta. Solo dopo la morte è stato scoperto come poeta.

Questo comporta che The Tyger è più famosa delle sue incisioni, e siccome è passato alla storia come poeta, siccome del Blake incisore e del Blake poeta si occupano due discipline diverse, raramente si studiano unitamente poesia e incisione.

Se si legge The Tyger unitamente al contesto visivo per il quale era stata pensata, si nota una sorta di unità tra testo e immagine.

L’immagine, attenzione, non è un’illustrazione. L’illustrazione di solito è un comment visivo a un testo e il testo rimane autonomo. Nel fumetto l’immagine ha funzione narrativa ed è imprescindibile dal testo (anzi, è il testo che può risultare superfluo).

Qui, spiacente, passo la palla alle virgolette ed al testo originale di Barbieri, perchè non saprei come riproporvelo altrimenti.

“Leggetevi ad alta voce i primi quattro versi, sottolineando gli accenti (e da questo punto di vista, Ungaretti ha davvero rovinato tutto):

Tyger Tyger, burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye,
Could frame thy fearful symmetry?

I primi tre versi sono (per la metrica inglese) tetrametri trocaici (accenti sulle sillabe 1, 3, 5 e 7), pressoché identici ritmicamente all’ottonario italiano; il quarto è un tetrametro giambico (accenti su 2, 4, 6 e più debole sull’8). Benché la combinazione di tetrametri trocaici e giambici sia permessa dalla metrica inglese, non si può comunque non notare la forte rottura ritmica che caratterizza l’andamento del quarto verso rispetto ai primi tre. Aggiungiamo inoltre che dopo la forte rima baciata dei primi due versi, ci si aspetta una rima altrettanto forte nei secondi due. E qui, invece, c’è solo una rima per l’occhio, una sorta di inganno, dove la medesima lettera y suona in maniera differente – un inganno a sua volta permesso dalla metrica, ma non per questo meno evidente.

Insomma, proprio sulla parola symmetry viene a rompersi per due volte la simmetria, sia in senso ritmico che rimico. Qui il semiologo che è in me inizia a drizzare le orecchie.

Ora prendiamo la parola fearful, che Ungaretti traduce con agghiacciante. Agghiacciante è una bellissima parola, che si confà molto alla tigre, però, come traduzione di fearful ha un difetto. Fearful infatti significa pauroso, che è una traduzione più debole e meno efficace, ma conserva l’ambiguità del termine inglese: pauroso (come fearful) è infatti sia ciò che produce paura che chi prova facilmente paura, cioè si spaventa facilmente.

Osservate adesso la tigre dell’immagine, quella che nelle versioni tipografiche del componimento non c’è. Vi pare più qualcosa che produce paura o qualcuno che prova facilmente paura? (tenete presente che Blake era uno che conosceva bene il mestiere di disegnatore e incisore, e quindi non ci sono dubbi sul fatto che ciò che vediamo esprima le sue intenzioni). Più che una belva feroce, questo sembra (a me) un pupazzo spaventato, e dunque pauroso nel secondo, e non nel primo senso. Solo osservando l’immagine, tuttavia, ci possiamo accorgere dell’importanza del secondo senso di fearful!

Andiamo avanti. Guardate quante volte la coda delle lettere y si allunga e piega a imitare una coda animale, a partire dall’occorrenza nel titolo stesso! Ora, perché Blake ha scritto Tyger e non Tiger? La forma di questa parola che porta la y è una forma antica e desueta già quando la poesia viene scritta; la parola normale, oggi come allora, è tiger, non tyger. Non sarà magari perché la y di Tyger è anche la y di symmetry, una parola con ben due y, e una parola chiave, come abbiamo visto (le due y di Tyger Tyger, quasi a ribadire un altro livello di simmetria)?

L’interpretazione diffusa del componimento di Blake è che si tratti di una poesia sulla creazione, in cui il poeta si stupisce del fatto che Dio, il Creatore, abbia potuto mettere insieme, creando la tigre, tanta bellezza e tanta ferocia. Ma ci accorgiamo ora, guardando la versione originale, nella quale la componente visiva gioca un ruolo decisamente importante (lo possiamo ben dire, a questo punto!) che Blake letteralmente dissemina il suo lavoro di indizi ironici: il gioco su symmetry, le code delle y, la tigre impaurita, e poi, ancora: le orecchie da gatto della g nel titolo, la minuscola nella parola he (che dovrebbe riferirsi a Dio, e che invece evidentemente non Gli si riferisce), nel verso Did he who made the Lamb make thee?, dove invece Lamb porta la maiuscola… Se non a Dio, a chi si riferisce qui Blake? Magari a qualcuno che ha fatto non the lamb, bensì the Lamb, cioè – per esempio – una poesia che porta questo titolo? Gli indizi ironici potrebbero rinviare al fatto che si sta parlando sì della creazione, ma non di quella divina, bensì di quella poetica: il poeta parla di sé, e della propria opera: Colui che ha scritto the Lamb ha scritto anche te?

Si può continuare, e rileggere tutto il testo in questo senso. Ma ci fermiamo qui. Quello che abbiamo osservato è sufficiente per capire che qui l’immagine, la componente visiva, ha una funzione narrativa proprio come succede nel fumetto, e, come nel fumetto, se non la si tiene presente non si può interpretare correttamente il testo. Quello di Blake non è un fumetto perché l’immagine è una sola, e non c’è sequenza – e, naturalmente, perché il fumetto all’epoca non esisteva ancora. Però è qualcosa di molto vicino ai poetry comics di cui siamo andati discutendo a Pordenonelegge.

Qualche anno dopo “The Tyger”, Blake sarà tra i primi poeti europei a sperimentare il verso libero. Qui sperimentava già una forma di poesia verbo-visiva, che ha bisogno del suono (nel ritmo) così come dell’immagine per essere compresa. La specializzazione accademica ci ha reso invisibile per due secoli l’innovazione di Blake.”

Ecco, per ora è tutto, mi sa che ci rivedremo con poesia & architettura!

(*) “la divisione della prima striscia in tre zone fa percepire con più forza lo scorrere del tempo tra l’ordine del Re e la risposta del maggiordomo; la ripetizione dell’inquadratura nella seconda striscia enfatizza la discesa del letto e prepara la discesa per le scale delle vignette successive;[…] l’abbassarsi della base delle vignette corrisponde alla discesa di Nemo nella foresta dei funghi, mentre il conseguente successivo abbassarsi del tetto delle immagini contribuisce all’effetto di schiacciamento”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...