Mese: dicembre 2015

Chris Ware: il design della memoria

L’articolo originale di Fabio Guarnaccia, lo si trova qui

Il protagonista del Continuum di Gernsback di William Gibson, è un fotografo incaricato da un magazine di realizzare un servizio che documenti il permanere del design degli anni 30 negli Stati Uniti. Stazioni di servizio, facciate di edifici, automobili con pinne di squalo eccetera. Aiutato da sostanze stupefacenti e dalla mancanza di sonno, si troverà a vivere un sogno retrofuturista che giunge al suo culmine con la comparsa di fantasmi semiotici di macchine di quel decennio, tra cui un enorme aeroplano di acciaio cromato e decine di motori su ciascuna ala. Il protagonista, e noi con lui, proviamo una forma intensa di nostalgia per quel passato, anche se non ne abbiamo memoria diretta. Così come proviamo un senso di profonda nostalgia, per esempio, per il design degli oggetti anni ‘50 all’interno di Mad Men (vedi qui). Gli esempi potrebbero continuare, quel che emergerebbe è comunque un senso ampio del concetto di nostalgia: un sentimento per qualcosa o qualcuno di lontano, nello spazio o nel tempo, che non necessariamente abbiamo conosciuto. Dunque è possibile avere nostalgia di un passato che non abbiamo mai vissuto. E questo è quello che ci interessa qui. Ci sono uomini che sentono di appartenere ad altri decenni o ad altri secoli. Chris Ware, nella sua contemporaneità, è uno di questi. (altro…)

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ESTEMPORANEO VI

” […] Un libro può essere una sorta di metafora del corpo umano: ha un faccia che può rivelare l’identità o una menzogna; ha una spina (dorsale); è più grande all’interno di quanto lo è all’esterno. La disposizione delle vignette, delle pagine e dei capitoli costituisce essenzialmente una scultura, sia nello spazio che nella memoria del lettore. Ritengo anche che ci sia una certa armonia poetica tra la fisicità del libro e intangibilità di ciò che contiene, come i nostri corpi contengono anche i noi stessi da bambini seppelliti da qualche parte, per non parlare poi di ciò che definiamo coscienza, nascosta anch’essa da qualche parte.

Uno dei motivi che ha mantenuto vivo il mio interesse nei fumetti è stata la sua capacità di evocare la quadrimensionalità dell’esistenza, e un sacco di mie opere del periodo successivo al diploma – pretenziosi personaggi che attraversano le vignette, sedie rotanti nello spazio – erano una sorta di irrilevante esercizio intorno a quella possibilità, che già suggerivano l’idea che ho della pagina, del libro, eccetera, in quanto forma “costantemente esistente” che prende vita quando viene letta. I fumetti migliori fanno sembrare che i disegni prendano vita sulla pagina e rendono le connessioni visive tra le pagine e tra i capitolo concretamente espliciti, il che è una cosa totalmente diversa dal guardare pagine e pagine di testo. Senza tirarla troppo per le lunghe, ma a differenza della normale lettura, che induce cecità nel lettore, i fumetti evocano quella sensazione di risveglio che si ha vedendo e ricordando direttamente sulla pagina. […]”

Chris Ware, The Art of Comics No. 2, interdvista di Jeet Heer, The Paris Review n°210, autunno 2014

QUI l’intervista completa

parallelismi – XV Napoli comicon_François Schuiten

Scorrendo il blog di Andrea Alberghini mi sono imbattuta in testo che accompagnava l’esposizione al XV Napoli Comicon (aprile 2013).

Cresciuto in un ambiente caratterizzato da una forte cultura visuale (il padre Robert era architetto e riteneva il disegno lo strumento più efficace per la comprensione del mondo), François Schuiten
affianca da decenni l’attività di scenografo a quella di autore di fumetti. Les Cités obscures, il ciclo di storie realizzato in coppia con Benoit Peeters, ha avuto nel corso del tempo una parallela trasposizione nel mondo reale la cui natura generalmente effimera legata a particolari eventi (mostre o spettacoli) ha potuto in talune occasioni sedimentarsi e lasciare segni permanenti.

01. Francois Schuiten - Le Passage Inconnu (Metro Port de Hal, Bruxelles, 1993).jpg

Francois Schuiten – Le Passage Inconnu (Metro Port de Hal, Bruxelles, 1993)

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