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Benvenuto Futuro 2D. Cinema, Fumetti, e la costruzione trans mediatica della Città del Futuro_ parte III

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Dopo Metropolis, dovremmo spostarci avanti, dopo la metà secolo, per trovare un film che scuota (più) profondamente lo status quo –sia cinematograficamente che disciplinarmente– dell’architettura. Superando la semplicità che pervade lo sviluppo delle science fiction durante l’era dello spazio utopico e il suo sintetico e pop “atom style”, Blade Runner, rappresenta Metropolis trasformata in città del presente al fine di trovare le basi, sia fisiche che concettuali, per la costruzione del futuro. E facendolo cambia non solo la visione sci-fi del futuro, ma anche il modo in cui noi vediamo e concettualizziamo la nostra realtà presente. La realtà di Blade Runner è la città postmoderna, un universo-collage caratterizzato dalle sue ampie insegne, e abbracciandole, porta a un nuovo approccio al postmodernismo che le concepito come inclusivo, superando lo stantio, ironico ed esclusivista cul-de-sac in cui si era installata l’intellettualità architettonica.

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Benvenuto Futuro 2D. Cinema, Fumetti, e la costruzione trans mediatica della Città del Futuro_ parte I

Once Upon a Place_Architecture & Fiction_di Pedro Gadanho e Susana Oliveira, ed_Caleidoscòpio_Lisbona Novembre 2013.JPG

Vorrei riproporvi un articolo di Luis Miguel Lus Arana che ho tradotto tempo fa, che si trova all’interno di Once Upon a Place. Architecture & Fiction, di Pedro Gadanho e Susana Oliveira, ed. Caleidoscòpio, Lisbona Novembre 2013. Il libro è diviso in macro argomenti: Utopie e Distopie, Storie dalla Storia,  Città Narrazioni,  Spazi Letterari, Architettura e Cinema, Visual/Graphic Fictions, Architettura Sci-Fi (qui si trova il saggio di Arana), Progettazione dalla Finzione.

Benvenuto Futuro 2D.

Cinema, Fumetti, e la costruzione trans mediatica della Città del Futuro.

[ALCUNE NOTE RANDOM]

parole chiave: Futuropolis, utopia, prospettiva, mass media.

Quando, tempo fa, mi sono finalmente seduto a scrivere le note per questo articolo, mi sono trovato in una situazione insolita. Solitamente, quando preparo uno di questi pezzi, impiego molto tempo all’inizio, faticando a far rientrare la mia ricerca -spesso diversa- nei parametri dati dal tema principale. Di solito questo processo è tanto doloroso quanto produttivo; innanzitutto perché diventa un’opportunità per rivedere le proprie ossessioni criticamente con occhio esterno, aiutando a contestualizzarle e a vederle nelle giuste dimensioni, e poi porta anche ad un sano esercizio di sintesi che elide tutti gli eccessi masturbatori innati in questi discorsi. Allo stesso tempo, questa richiesta di un pensiero fuori dagli schemi apre nuove eccitanti direzioni per il ricercatore per andare avanti con la ricerca che potrebbe altrimenti volgere ragionevolmente al termine. Però, questo non succede sempre, e ho presto realizzato che dietro al titolo intelligente ho tirato fuori ciò che era realmente alla base della mia ricerca di dottorato dell’ultimo anno.

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Sequenze

Sequenza:

“una successione logica di nuclei legati da una relazione di solidarietà: la sequenza apre quando uno dei suoi termini ha un antecedente non isolato e chiude quando un altro dei suoi termini non ha nessi”
R.Barthes, Structural Analysis of Narratives, in Image-Music-Text, Fontane, Londra 1977; trad it. L’analisi del racconto, Bompiani, Milano 1990

In architettura continue sequenze si succedono, sequenze di eventi, funzioni, attività, accadimenti sono sempre sovrapposte alle sequenze spaziali.

“Queste […] suggeriscono mappe segrete e invenzioni impossibili, raccolte incoerenti di eventi messi tutti insieme in un accomularsi di spazi, fotogramma dopo fotogramma, stanza dopo stanza, episodio dopo episodio”
B. Tschumi, Architettura e disgiunzione, Edizioni Pendragon, Bologna 2005, p 126

H0 iniziato a leggere Architettura e Disgiunzione di Tschumi, in particolar modo il capitolo “Sequenze” (che a sua volta appartiene alla seconda parte “Programma”) consigliatomi da Sebastiano D’Urso che gentilmente ha risposto ad una mia mail stracolma di domande (ancora grazie!).

Intanto ciò che Tschumi intende per Programma (architettonico) è nulla di più che una lista di requisiti, di necessità di ciò che viene progettato, ma che non suggerisce il loro accostamento o la loro combinazione. Individua tre tipologie di Programmi in relazione alle sequenze spaziali:

gli Indifferenti alla sequenza spaziale, eventi e sequenze di spazi sono indipendenti gli uni dagli altri. Le considerazioni formali non dipendono da quelle relative all’utilizzo.

gli stand esotici tra la pilastratura regolare del Crystal Palace (1851)

gli stand esotici tra la pilastratura regolare del Crystal Palace (1851)

i Reciproci, che rafforzano la sequenza spaziale, sequenze di spazi e di eventi sono assolutamente interdipendenti. Ciascuna sequenza rafforza l’altra, molto funzionalista come tipologia

i Conflittuali, sequenze di spazi ed eventi che occasionalmente si contraddicono a vicenda, ciascuna sequenza trasgredisce quindi la logica dell’altra.

In ogni caso è da specificare che le sequenze spaziali e le sequenze di eventi sono indipendenti l’una dall’altra, anche se può capitare che coincidano, anche solo per un certo lasso di tempo. Le sequenze spaziali, ci dice Tschumi, sono generalmente strutturali, ma attenzione, non si pensi a strutture in senso concreto (travi pilastri e quant’altro) ma più  come “il modo, il sistema in cui i singoli elementi sono organizzati nell’insieme“. Queste strutture possono essere lineari (eventi, movimenti, spazi in un’unica progressione) ma non tutta l’architettura è lineare, gli edifici circolari, le città reticolo, le accumulazioni di prospettive frammentarie e le città senza principio nè fine, producono strutture dove il significato deriva dall’esperienza più che dalla composizione. L’ordine dell’esperienza riguarda il tempo, la cronologia, la ripetizione. “Alcuni architetti sono diffidenti riguardo al tempo e vorrebbero che i loro edifici fossero letti a colpo d’occhio, come cartelloni pubblicitari“. Le sequenze hanno un valore più emotivo, implica il movimento di un osservatore.

“Per Lautrèamont, muoversi non è mai spostarsi da un luogo all’altro, ma è sempre eseguire qualche figura, assumere un certo ritmo del corpo.”

[Non è proprio una passeggiata questo libro, temo di perdermi qualche pezzo di ragionamento, ma farò il possibile per essere completa!]

Allora…il significato finale di qualsiasi sequenza dipende dalla relazione spazio/evento/movimento, che possono essere paralleli (sequenza lineare) o interconnessi (sequenza esperienziale). Ma le sequenze architettoniche non sono soltanto gli edifici esistenti o le loro funzioni, in essi c’è sempre anche una narrazione implicita che può riguardare varie cose, dal metodo alla funzione alla forma.

La sequenza architettonica combina la presentazione di un evento con la sua progressiva interpretazione spaziale (che ovviamente lo altera). Simili, in altro ambito, sono i rituali e i percorsi d’iniziazione, dove il percorso è più importante di qualsiasi punto al suo interno. Nel rituale ci deve essere controllo assoluto del rapporto spazio/evento, non può accadere nulla di inaspettato.

Ma parliamo di narrazioni, cos’è una narrazione architettonica? Una narrazione in generale presuppone una sequenza ed un linguaggio. E sollevare la questione sul linguaggio della narrazione è da kamikaze. Ma Tschumi ci fa riflettere: se assimiliamo la narrazione architettonica alla narrazione letteraria (o a fumetti!), lo spazio può intersecarsi coi segni e dare vita ad un discorso?

Un discorso poi ha una trama, un progetto (Cenerentola o la casa monofamiliare) e quando questo è ben noto (e lo è quasi sempre in ambito architettonico) si tratta di ri-narrazione, perchè la narrazione è già stata affrontata a sufficienza.

Se le sequenze sono contratte, avremo spazi frammentati, gli spazi e il loro impiego iniziano e si succedono molto velocemente. Riducono ad una soltanto, le dimensioni dell’architettura.

villa Stein a Garches, Le Corbusier

villa Stein a Garches, Le Corbusier

villa Stein a Garches, Le Corbusier

villa Stein a Garches, Le Corbusier

Le sequenze allargate invece riempiono il vuoto tra gli spazi, e diventa uno spazio anch’esso (una soglia, un corridoio, un gradino d’ingresso).

Wallhouse Hejduk

Wallhouse Hejduk

Wallhouse Hejduk

Wallhouse Hejduk

La combinazione di sequenze contratte e allargate può dare origine a particolari giochi ritmici.

Non dimentichiamo che le sequenze sono formate da momenti che Tschumi chiama “fotogrammi” che acquistano significato per giustapposizione, dando luogo al ricordo del momento precedente. I fotogrammi sono sia il meccanismo strutturante che il materiale strutturato: il più delle volte il primo è qualcosa di stabile e regolare, mentre il secondo è interrogativo e distorcente.

Fotogrammi affini, a livello di contenuto, possono essere sovrapposti, dissolti, ripetuti, mescolati, tagliati a piacimento offrendo infinite possibilità alla sequenza narrativa. Ad esempio l’inserimento di elementi aggiuntivi all’interno della sequenza possono cambiarne parecchio il significato.

questo effetto è molto ben evidenziato all'esperimento di Kuleshov in cui la stessa inquadratura del volto dell'attore sembra variare a seconda di ciò che gli viene giustapposto.

questo effetto è molto ben evidenziato all’esperimento di Kuleshov in cui la stessa inquadratura del volto dell’attore sembra variare a seconda di ciò che gli viene giustapposto.

estemporaneo – wim wenders

“Ero un pittore e il mio unico interesse era lo spazio; soprattutto paesaggi e città. Sono diventato un cineasta perchè sentivo che – come pittore – mi trovavo a un punto morto.  Ai dipinti, al dipingere mancava qualcosa! Mancava tra un quadro e l’altro, come in ciascun quadro. Sarebbe troppo semplice dire che mancava la vita; personalmente pensavo che mancasse una nozione del tempo. Così quando ho iniziato a fare film, all’inizio, mi consideravo un pittore di spazio in cerca del tempo. Non mi è mai accaduto di chiamare questo “narrare”. Ho dovuto rendermi conto col tempo che lo è. Credo di essere stato molto ingenuo”

Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo, Ubulibri, Milano, 1989, p.173

 

Domanda aperta: non avrebbe ugualmente colmato la sua insoddisfazione scegliendo di fare fumetti?