Mas Context:Narrative _Beta Testing Architecture

Yearning for Space with Tom Kaczynski

 

“Structures” series (Detail) Tom Kaczynski

“Structures” series (Detail) Tom Kaczynski

Intervista di Koldo Lus Arana a Tom Kaczynski

Prima di lavorare nel suo studio odierno a Minneapolis, Tom Kaczynski è stato lettore di fantascienza alla scuola di architettura, autore di fumetti, educatore, e, infine, editore di fumetti. Fondatore della casa editrice indie Uncivilized Books, Kaczynski ha immesso sul mercato un flusso costante di fumetti iconoclasti, sia da solo, notevoli i nuovi arrivati, sia con le stelle consacrate della scena alternativa, come David B, James Romberger e Gabrielle Bell. In una conversazione con lui, abbiamo discusso (coperto) del suo nuovo libro, Beta Testing the Apocalypse (Fantagraphics, 2013), dell’influenza di JG Ballard e del fascino della distopia, minicomics, Archigram, dell’architettura e degli architetti come pubblico per i fumetti.

Oh, e il suo background in architettura.

KLA: Un altra chiaccherata. C’è stata una grande richiesta di Tom Kaczynski quest’anno, col tuo lavoro stai ricevendo un sacco di attenzione.

TK: Si, il mio libro [Beta Testing Apocalisse] finalmente è uscito, così tutto ad un tratto c’erano un sacco di interviste da fare, questo fondamentalmente è il motivo. Prima di allora ero confinato ai margini, non è che ora mi conoscano tutti ma …

KLA: Stai facendo la strada verso l’indie tradizionale allora.

TK: [ride] Sì, credo di sì.

KLA: Continui a produrre fumetti come autore mentre con Uncivilized Books pubblichi altri autori.

TK: Si, il mio lavoro è sempre un progetto separato dall’impresa editoriale. L’editoria è cresciuta molto, ma io continuerò a produrre cose mie. Qualcosa di nuovo è appena uscito in Noir Anthologies, le antologie di un detective pubblicate da Akashic Books, che non sono neppure fumetti. E’ una casa editrice con sede a New York, e che lo stanno facendo in quasi tutte le città del mondo: c’è una Noir Anthologies a LA, una New York Noir, anche una Gotham Noir. Tutti hanno la propria collezione “noir” ora.

Ci sono stato tirato dentro come unico disegnatore per fare Twin Cities Noir, su Minneapolis e San Paolo. La premessa è che le storie sono ambientate in qualche luogo in una di queste città, e ho scelto lo skyway di Minneapolis. Minneapolis ha il più grande sistema skyway di tutto il mondo. Praticamente ogni edificio della città è collegato con questi piccoli ponti, che trasformano in pratica l’intero centro città in un centro commerciale, perché si può passare da un edificio all’altro senza mai fare un passo in strada. Ha davvero stroncato il centro per molto tempo, ha avuto un effetto frenante sulla strada. Tuttavia, recentemente ha invertito la rotta. La strada sta di nuovo diventando popolare a Minneapolis.

KLA: Nei tuoi fumetti sembra che tu sia sempre particolarmente interessato a questo aspetto infrastrutturale della crescita urbana.

TK: Si, è sempre questo processo di organizzazione silenziosa, dove qualcuno ad un certo punto ha messo insieme un’infrastruttura, le generazioni successive avranno a che fare con questa infrastruttura. Le strutture sono una parte così importante della nostra della nostra vita tanto la vita è in dove andiamo e come ci arriviamo. Ci trovo qualcosa di drammatico.

KLA: Le strutture (urbane, infrastrutturali) che di solito raffiguri sono in qualche modo esseri alieni che le persone devono abitare, che sentono innaturali, non particolarmente adatti agli esseri umani.

TK: Mi hanno sempre mi ha affascinato gli ambienti costruiti. Sono progettati, costruiti, e realizzati. Fondamentalmente sono esseri innaturali, ma per le generazioni che vengono dopo sono una nuova natura. Sono qualcosa che preesiste, e non cambiano nulla a meno che non facciano uno sforzo strenuo per cambiare in qualche modo. Quindi la loro strategia deve essere quella di abitarli in qualche modo, a meno che, naturalmente, tu non sia il barone Haussmann o Robert Moses [ride].

  1. Testing Architecture [Beta]: Architettura, utopia e altri incubi

KLA: Mi pare di capire che tu abbia un background architettonico.

TK: Si, mi sono concentrato sull’architettura e l’arte nei miei studi universitari. Non ho mai proseguito con gli studi universitari (per molto tempo ho pensato di tornare a scuola per finire, ma sono stato bloccato nel boom di Internet della fine degli anni ’90. Ho imparato HTML molto presto, e ho finito per fare un sacco di lavoro di progettazione nella pubblicità, graphic design, e ho fatto un po’ di programmazione). Durante quel periodo ho continuato a fare fumetti, ovviamente, e ho anche frequentato il Minneapolis College of Art and Design. Lo faccio ancora, in realtà. Mi sono appena preso una pausa perché sono troppo occupato ora che sto pubblicando. Così ho visto l’architettura messa a margine, da un punto di vista educativo. Da un punto di vista artistico, è stata qualcosa che è diventata sempre più importante nella mia produzione.

KLA: Facevi fumetti anche mentre eri uno studente di architettura?

TK: Si, disegno fumetti da quando avevo 8 anni o giù di lì. Volevo essere un fumettista, e avevo bisogno di andare a scuola, per cui architettura è stata la scelta naturale: è pratica, e coinvolge l’arte. Ma non sono andato distante quanto gli altri. Stavo già facendo pubblicazioni amatoriali, mini-comics poco prima di andare al college nei primi anni ’90, partecipando alla scena dell’esplosione dei mini-fumetti degli anni ’80 e ’90 in America.

KLA: Così, mentre stavi studiando architettura al college, già sapevi di voler fare poi fumetti?

TK: Si, ma è un tipo di situazione da “sì, ma”. Lo facevo, ma non pensavo di essere molto bravo, quindi avrei fatto fatto dell’altro, come la progettazione grafica o HTML. Pensavo “Oh, sarò in grado di progettare i miei fumetti, o almeno, sarò in grado di farli, se non arriverò mai a essere un fumettista.” E’ stato un gol, ma era sempre temperato dal realismo, come il fatto che non stavo facendo abbastanza soldi con questo lavoro, quindi avevo bisogno di fare qualcosa di diverso per pagare le bollette. I fumetti erano sempre la principale attività secondaria, fino a tempi più recenti.

KLA: Hai fatto architettura pensando che l’educazione architettonica potesse in qualche modo aiutarti come creatore di fumetti? L’hai pensato prima di iniziare?

TK: Beh, credo di aver pensato che almeno mi avrebbe aiutato a disegnare gli sfondi [ride]. La prospettiva mi sembrava decisamente una cosa importante da sapere. Ho sempre ammirato quei disegnatori che potrebbero creare interi mondi, mondi credibili su carta. Alla scuola di architettura ho disegnato dei fumetti per mostrare degli edifici, cercando di utilizzare il fumetto come modo per entrare nell’architettura. Penso di aver imparato di più in termini di disegno dai miei corsi di architettura più che in quelli d’arte. I miei insegnanti d’arte a quel tempo erano ancora molto concentrati sul non-rappresentativo, il lavoro gestuale e figurativo, il disegno rappresentativo non sembrava essere visto di buon occhio. I fumetti erano disprezzati nelle mie classi d’arte, mentre in quelle di architettura c’era un atteggiamento più verso il “Oh, bene, questo è interessante”

Uno dei professori che ho avuto alla scuola di architettura amava la prospettiva come strumento espressivo, usando il punto di fuga (o più punti di fuga) molto intenzionalmente, e prendendo sezioni di luoghi molto specifici degli edifici, per chiarire certe relazioni. In uno di questi compiti abbiamo dovuto fare alcuni disegni di Casa Malaparte, guardando Contempt (Jean-Luc Godard, 1963), cercando di chiarire i rapporti dei diversi personaggi e questo edificio. E’ qualcosa che torno a fare molto quando faccio i miei fumetti, cercando di trovare quel rapporto tra l’architettura e i personaggi, scegliendo l’angolo giusto, il momento giusto.

KLA: Tuttavia, l’architettura nei tuoi fumetti di solito lascia il lettore con un senso di vuoto, di non-naturalità, per il modo in cui viene rappresentata. Le persone mostrate vivono in quei, bianchi, lineari, vasi vuoti. C’è in realtà una continua, molto “ballardiana”, “disperazione silenziosa” nel tuo lavoro, più simile a JG Ballard rispetto, ad esempio, a Philip K. Dick.

TK: Sono un grande fan di tutte le cose di Ballard. Ho praticamente letto tutto ciò che ha scritto, ed in qualche odo mi gusto i pochi libri che non ho letto. Nelle prime storie di Beta Testing sua voce è molto facile da individuare. Poi penso di essermene un po’ allontanato. Ammiro Philip K. Dick, ma era meno influente a livello di scrittura. Penso che in termini di voce mi avvicino a Ballard, anche se sto cercando di nascondermi meno dietro a Ballard. In realtà, sono arrivato a Ballard piuttosto tardi. Ero consapevole di lui al college, ma in realtà non lo leggevo. Avevo letto La mostra delle atrocità (Jonathan Cape, 1970), e la mia giovane mente, al momento non l’aveva davvero capito. Sono tornato a lui in seguito attraverso i suoi primi lavori di fantascienza.

 

Cozy Apocalypse  A suburban tale in modern housing with a somewhat Ballardian feel Tom Kaczynski

Cozy Apocalypse A suburban tale in modern housing with a somewhat Ballardian feel Tom Kaczynski

 

KLA: Sembra che tu sia interessato a mostrare il lato distopico della vita moderna città, con i suoi freddi, isolati anonimi e case moderne. Ecco dove trovo questa sensazione “ballardiana”. Perché in Ballard, per tutte le Concentration City o Billennium, anche tu hai tutto questo solitario suburbano, questa tranquilla, minimizzata, silenziosa distopia.


TK: Sono attratto da distopie. Sono anche attratto utopie ( sono un po’ conflittuale su questo). Beta Testing the Apocalypse è così un lavoro distopico. Volevo avere un contrappunto utopico, ma si evolve / devolve sempre in un racconto distopico. Non ce l’ho mai fatta. Credo che sia molto più facile creare il distopico. E’ così facile abitare nel centro dove tutto cade a pezzi. E’ così facile immaginare la dissoluzione di ogni cosa, ma è così difficile creare qualcosa di contrario.

KLA: L’utopia è molto instabile, fragile, anche difficile da immaginare. Non hai dati, quindi bisogna progettare da zero; al contrario della distopia, che è molto più accogliente per un designer, soprattutto in un contesto postmoderno.

TK: Probabilmente sono d’accordo con te, ma è qualcosa di cui abbiamo bisogno, probabilmente come specie. Abbiamo bisogno di quel “qualcosa” da indebolire, quell’utopia che possiamo iniziare a mettere da parte. Amo leggere delle utopie, sia le classiche che quelle moderne, anche se sembra che ci fosse una grande diffusione dell’utopia nel XIX secolo, inizi del XX secolo, e da allora, è diminuita. Spero che avremo un altro ciclo di utopie, se riusciamo a farle funzionare [ride]. Tendo a pensarla quasi come a un verbo. Ha bisogno di esistere, semplicemente non necessariamente nel mondo reale.

KLA: E’ interessante il fatto che l’aspetto dell’utopia tecnologica dei primi del Novecento, incarnata da Things to Come (William Cameron Menzies, 1936), è diventata la distopia di oggi, con i suoi ambienti antisettici (sto pensando a Logan’s Run (Michael Anderson, 1976) e il ritorno a quel tipo di sogno di THX 1138 di (George Lucas, 1971) ).

TK: Si, le loro utopie si sono trasformate nelle nostre distopie. Un sacco di utopie successive tendono ad essere più organiche, meno sterili, parliamo dell’Ecotopia di Ernest Callembach (1975), dove la metà occidentale dell’America si separa e diventa questa utopia di tipo ecologico. Un’ altra utopia ecologica che ho trovato affascinante era quella di A History Maker di Alasdair Gray (Canongate Books, 1994). Ancora una volta, anche queste possono diventare distopie. Uno dei significati sott’intesi della 1,000,000 Year Boom story di quest’anno è che questa utopia ecologica può anche portare un sacco di aspetti negativi. Un sacco di queste idee utopiche sono una specie di virus che trasporta questa malattia strana nel sistema generale attraverso il pensiero, direi.

KLA: “Ci sono altre distopie, ma sono all’interno di questa.”

TK: [ride] Esattamente.

 

 One of the “Archigrammy” capsules in Beta Testing the Apocalypse


One of the “Archigrammy” capsules in Beta Testing the Apocalypse

 

KLA: ho percepito la presenza di Archigram, gonfiabili, e questo divertimento e flessibilità, libero arbitrio dell’utopia degli anni ’60 in Beta Testing. In “The New”, hai un piccolo pannello con questo villaggio sperimentale che mi ha ricordato i gonfiabili di Greene. E’ così o solo a me lo sembra?

TK: È interessante che tu lo abbia visto. Non so se questi disegni sono sopravvissuti, ma ho avuto un sacco di disegni che si rifacevano ad Archigram che ho finitoper inserire nel fumetto.

KLA: Uno dei tuoi ultimi libri pubblicati è Post York di James Romberger (2012), che è di nuovo un libro post-apocalittico. Come ha fatto a venire al mondo?

TK: Penso che sia un artista incredibile e questo qui è lavoro che non aveva mai pubblicato, aveva qualche dubbio su di lui, e io me ne sono innamorato. E’ una storia molto semplice, nel senso che si tratta di un personaggio che ci si muove attraverso. James Romberger era in Colombia, studiava cinema moderno, e questo era il suo fumetto sfida al The Camera Writes [movimento], dove mentre si muove attraverso il suo racconto lo riscrive e lo porta in una direzione diversa. Ovviamente la dimensione apocalittica lo rende bello da guardare. La rovina è molto piacevole esteticamente. Albert Speer ha scritto questo libro [si riferisce a Die Ruinenwerttheorie] sulla teoria del valore della rovina in architettura. A quanto pare tutta la sua architettura è stata fatta con in mente le rovine, pensando che in 1000 anni quelle rovine avrebbero avuto la grandezza delle rovine di Roma. L’altra cosa strana di Post York è che, quando lo stavamo pubblicando, l’uragano Sandy stava attraversando New York, e alcuni dei luoghi nel fumetto sono i luoghi in cui Manhattan era allagata. E’ stata una confluenza bizzarra di eventi.

 

Two double-page spreads (4-5 and 6-7) in James Romberger’s Post York  James Romberger & Crosby2

Two double-page spreads (4-5 and 6-7) in James Romberger’s Post York James Romberger & Crosby2

Two double-page spreads (4-5 and 6-7) in James Romberger’s Post York  James Romberger & Crosby

Two double-page spreads (4-5 and 6-7) in James Romberger’s Post York James Romberger & Crosby

 

  1. Scrivere per l’Architect: Trans-utopia, strutture, e altro

 

KLA: Ci puoi parlare della serie Trans, e come è nata? Sembra continuare a toccare alcuni di questi temi: utopie, distopie, vita urbana, le città … ma con un approccio molto diverso.

TK: È successo davvero per disperazione. Credo che fosse il 2005. Era il secondo anno del festival MOCA di New York, volevo avere un fumetto quell’occasione, e avevo sbattuto la testa contro il muro di quello che avrei voluto fare coi fumetti. I miei quaderni erano pieni di queste diatribe teoriche, ed era una cosa che mi piaceva molto leggere, scrivere, ma non ho mai sentito avrebbe potuto davvero funzionare in forma di fumetto. E’ per disperazione che è nato, molto velocemente. L’ho fatto tutto direttamente a inchiostro. Ne ho avuto una gran bella risposta, e lentamente, ho pensato: “Ho bisogno di trovare un qualche tipo di idea unificante. Non posso solo rigurgitarli “. Così questa è la genesi del progetto. Ho continuato a farlo con gli altri mini-comics, Trans-Siberia, Trans-Atlantis e l’Alaska. Probabilmente è una cosa che continuerò a fare, perché è un ottimo modo per farmi venire le idee. Ci sono alcune proto-idee che finivano nelle storie Beta Testing. Mi è piaciuto molto questo modo molto informale, ma un po’ strutturato di buttare giù idee e incrociarle.

 

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis  19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis 19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis  19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis 19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis  19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis 19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis  19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

Covers of the Trans series, a journey with Prominent stops in Soviet Siberia Communist Poland Plato’s Atlantis 19th century New York and Sir Thomas More’s Utopia Tom Kaczynski4

 

KLA: L’interazione tra architettura e finzione è qualcosa che si sta facendo avanti al giorno d’oggi. Tu senti che i fumetti (fiction, narrativa, graphic novel) pussono essere uno strumento per analizzare ed esplorare l’architettura, e di speculare sulla progettazione dell’architettura e della città?

TK: Penso che i fumetti siano sottoutilizzati come mezzo per la critica. Troppa critica architettonica è basata sulle parole. Le immagini sono spesso utilizzate, ma se c’è qualcosa che non è fatta fumetti, questa è la critica. Penso che ci sia il potenziale per farlo. Io ne faccio un po’ in Cartoon Dialectics e Trans Terra, ma sto solo immergendo le dita dei piedi.

KLA: Pensi che ci sia una sorta di fumetto per architetti? Io credo che certi fumetti (Chris Ware, forse Victor Moscoso, o alcuni dei fumetti in OuBaPo) possono davvero fare appello agli architetti. Pensi che gli architetti siano un buon pubblico potenziale in futuro per i fumetti, ora che sono usciti dal ghetto, in un certo senso?

TK: Si, anche perché si tratta di un pubblico molto alfabetizzato visivamente. E’ un pubblico che capisce l’immagine, che ha speso un sacco della propria vita esaminando le immagini professionali e cercando di capire il significato dietro di loro. Ovviamente, non tutti i fumetti sono un appello a loro, ma penso che il fumetto come medium sia in grado di contenere molto per gli architetti. Le persone che hai menzionato sono particolarmente rilevanti. In un modo strano, se guardo profondamente sotto Uncivilized Books, è quasi come se stessi cercando di trovare fumetti che si rivolgano agli architetti.

 

Covers of the Structures series, where an increasing catalogue of structural follies reflected in the cover of each issue which is named accordingly 1-11, 12-23, 24-34 Tom Kaczynski

Covers of the Structures series, where an increasing catalogue of structural follies reflected in the cover of each issue which is named accordingly 1-11, 12-23, 24-34 Tom Kaczynski

 

KLA: Ho la sensazione che ancora tu stia tenendo d’occhio l’architettura. Sulla copertina di Beta Testing, per esempio, possiamo trovare il CCTV di Rem Koolhaas ‘.

TK: Si, lo faccio sicuramente. Amo le riviste di architettura. E’ qualcosa a cui torno molto frequentemente e Rem Koolhaas ha una tale presenza mediatica che è difficile da ignorare. E’ anche stato qui quando il Mall of America, il più grande centro commerciale in Nord America, era in costruzione a Minneapolis, a parlare di grandezza in architettura. Ha fatto una grande impressione, e lo seguo da allora. Non sono d’accordo con molto di quello che dice, ma è sicuramente una figura interessante. Mi è piaciuto molto Content (Taschen, 2004). Ho pensatoche “Junkspace” fosse uno straordinario pezzo di letteratura. In qualche modo, penso che sia un pezzo che influenzò la prima storia in Beta Testing “100 mila miglia” che è pure molto “ballardiana”.

KLA: hai detto che a un certo punto hai pensato di andare avanti nei tuoi studi di architettura. Senti il desiderio di progettare, costruire?

TK: Si. Allo stesso tempo, la vita ha una propria traiettoria. Forse in futuro lo considererò di nuovo. Vorrei costruire. Mi sento come se fosse un mio difetto, una mancanza. E forse anche per questo mi concentro così tanto sull’architettura nella mia arte, è perché mi sento in colpa di non aver preso questa strada. [ride]

Structure by Tom Kaczynski

Structure by Tom Kaczynski

 

Il testo originale qui

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